Le 7 forze deflazionistiche che controbilanciano il quantitative easing

Le 7 forze deflazionistiche che illustrerò in questo articolo rappresentano il motivo principale per i quale non stiamo assistendo a un rilevante aumento dei prezzi al consumo, nonostante l’uso massiccio che le banche centrali stanno facendo del quantitative easing.

L’inflazione ha un forte impatto sui prezzi azionari, obbligazionari, immobiliari e delle materie prime. Pertanto, comprenderne a fondo le dinamiche è molto utile per gli investitori in ottica di lungo termine.

Perché c’è stata così poca inflazione negli ultimi 10 anni?

La creazione massiccia di denaro fresco, avrebbe dovuto avere un impatto molto grande sui prezzi al consumo.

Nonostante la BCE, la FED ed altre banche centrali abbiano stampato denaro a ritmi sostenuti e per ampi periodi temporali, l’inflazione è rimasta a livelli piuttosto bassi.

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Di certo non c’è stata quell’esplosione che molti osservatori temevano, con relativi disastri per l’economia reale.

Come è stato possibile tutto ciò?

Perché al quantitative easing si sono opposte le 7 forze deflazionistiche delle quali sto per parlarti:

  1. la tecnologia;
  2. l’offshoring;
  3. l’onshoring;
  4. le aziende non redditizie;
  5. le materie prime a basso costo;
  6. la concentrazione della ricchezza;
  7. l’invecchiamento della popolazione.

Analizziamo queste forze una per una, seguimi!

La tecnologia è deflazionistica

La prima delle 7 forze deflazionistiche è la tecnologia.

La tecnologia ci offre un accesso sempre maggiore a prodotti e servizi a costi sempre inferiori.

Pensa, ad esempio, a quanto ti fa risparmiare il tuo smartphone. Niente più chiamate interurbane a pagamento, acquisto di telecamere o di un lettore CD (e dei CD stessi). Inoltre ti risparmia innumerevoli spostamenti per raggiungere la tua banca (tramite mobile banking), e probabilmente meno spese per altre fonti di intrattenimento (basta pensare a Youtube).

Di fatto, il telefono è diventato un super-computer tascabile pieno di innumerevoli strumenti software.

In generale, i prezzi degli apparecchi tecnologici sono crollati in relazione al loro livello. Oggi una buona TV costa poche centinaia di euro ed offre una qualità audio/video nettamente più alta di quelle vendute dieci o venti anni fa a prezzi più elevati.

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L’offshoring è deflazionistico

La seconda delle 7 forze deflazionistiche è l’offshoring, ovvero la delocalizzazione.

Assumere manodopera a basso costo da parti del mondo meno sviluppate per costruire molti dei nostri prodotti e servizi è più economico che pagare i nostri cittadini (con tariffe orarie più elevate, copertura sanitaria più costosa e più norme ambientali e di sicurezza sul posto di lavoro).

Tutto ciò aiuta a ridurre i costi ma, ovviamente, ha delle conseguenze molto pesanti, soprattutto per la classe operaia e per i lavori meno qualificati.

Nonostante questi effetti negativi su un parte importante della popolazione, l’offshoring rimane una forza deflazionistica.

L’onshoring è deflazionistico

La terza delle 7 forze deflazionistiche è l’onshoring.

L’onshoring consiste nel procurarsi manodopera straniera a basso costo.

L’industria agricola europea ed americana, ad esempio, è supportata da lavoratori immigrati legali e illegali a basso costo. In altre parole, il costo di una mela raccolta a mano da un immigrato legale o illegale è inferiore al costo di una mela raccolta a mano da qualcuno che ha un regolare contratto di lavoro con tanto di assicurazione contro gli infortuni e contributi previdenziali.

Come nel caso dell’offshoring, anche l’onshoring ha importanti conseguenze sociali ma rappresenta anche un elemento che si contrappone all’aumento dei prezzi al consumo, quindi all’inflazione nonostante i bazooka di BCE e FED.

Le aziende non redditizie sono deflazionistiche

La quarta delle 7 forze deflazionistiche è rappresentata dalle aziende non redditizie.

Un’era di bassi tassi di interesse ha reso il capitale economico.

Gli investitori e le banche sono stati disposti a fornire finanziamenti azionari e di debito alle imprese senza piani di redditività.

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Mi riferisco ad aziende come Tesla (TSLA), Uber (UBER), o la stessa Netflix (NFLX).

Aziende in rapida crescita ma con un flusso di cassa negativo anno dopo anno. Aziende che emettono obbligazioni con rating molto basso per finanziarsi. Finché il prezzo delle azioni continua a salire, gli investitori ottengono dei profitti e i dirigenti continuano a ricevere lauti bonus, quindi sono tutti felici e contenti.

Fintanto che queste aziende possono continuare a “prosperare” senza dover realizzare profitti sui prodotti e servizi offerti, potranno continuare a praticare prezzi più economici di quanto non sarebbero in uno scenario di finanziamento che richiede loro di realizzare profitti.

I prezzi delle materie prime a basso costo sono deflazionistici

La quinta delle 7 forze deflazionistiche è rappresentata dai prezzi economici delle materie prime.

Il basso costo del denaro ha consentito a molte aziende del settore estrazione/lavorazione delle materie prime di abbassare al loro esposizione sui costi. In sostanza, queste aziende sono state in grado di fornire materie prime a basso costo nonostante in molti casi non abbiano mai generato flussi di cassa positivi.

Caso emblematico è quello delle aziende fornitrici di petrolio dalla frantumazione delle rocce di scisto. A lungo andare questa situazione non sarebbe potuta andare avanti, infatti nei mesi scorsi il settore ha subito fortissimi contraccolpi (vedi questo articolo pubblicato da Wired.it), ma fino ad aggi tutto ciò ha contribuito a contenere l’inflazione.

La concentrazione della ricchezza è deflazionistica

La sesta delle 7 forze deflazionistiche è data dalla concentrazione della ricchezza.

Anche riguardo alla concentrazione della ricchezza si possono trovare diversi aspetti negativi, però non c’è dubbio che rappresenti un freno per l’inflazione.

Come? Te lo spiego con un esempio.

Immagina di avere 1 miliardo di euro e di dividerlo in parti uguali tra 100 milioni di persone appartenenti alla cosiddetta classe media. In pratica stai dando 10.000 euro a testa.

La maggior parte di quel denaro verrà immessa nell’economia reale in tempi molto brevi (queste persone lo utilizzeranno per comprarsi quella cosa che desideravano da tempo, per regalare la tal cosa ai figli etc.); in pratica quei soldi si muoveranno a grande velocità, impattando sui prezzi al consumo (aumento inflazione).

Ipotizza, adesso, di dividere quel miliardo tra 100 milionari. Stai dando 10 milioni a testa a 100 persone già ricche. È improbabile che la tua elargizione modifichi il loro stile di vita e che corrano subito a sperdere quei soldi che gli hai appena dato. In questo caso la velocità del denaro si mantiene bassa e non ci sarebbero effetti sull’inflazione.

La concentrazione della ricchezza può essere odiosa ma rappresenta senza dubbio una forza deflazionistica.

L’invecchiamento della popolazione è deflazionistico

Nella maggior parte dei casi, le persone spendono di più nella parte centrale delle loro vite, quando stanno crescendo una famiglia. Quando invecchiano, molte di loro ridimensionano le loro spese (ad eccezione di quelle sanitarie, infatti i prezzi dell’assistenza sanitaria sono aumentati più rapidamente dell’inflazione).

Europa, Stati Uniti e la maggior parte delle altre nazioni sviluppate hanno un’età mediana sempre più elevata e tassi di fertilità sempre più bassi, ciò rappresenta una forza deflazionistica per molti prodotti e servizi al di fuori dell’assistenza sanitaria e poco altro.

Quando una popolazione è più anziana e ha una crescita più lenta (o addirittura negativa come nel caso del Giappone), ci vuole molto più tempo perché la domanda superi l’offerta ogni volta che c’è un eccesso di offerta, il che fa abbassare i prezzi.


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